Io, ninfomane

Io, ninfomane senza nulla indosso e piena di voglia

È cominciato tutto in una torrida serata d’agosto, la città si era svuotata, l’orizzonte era increspato come le onde del mare, come quando nel deserto compare un miraggio. Qualsiasi indumento indossassi mi sembrava superfluo, avrei voluto strapparlo con forza e correre, nuda, tra le rotaie roventi del tram. L’asfalto trasudava calore, che saliva violento fino alle membra. Più per necessità che per voluttà, ho preso l’abitudine di andare in giro senza intimo, ancora ignara di ciò che sarebbe successo di lì a poco.

Un giorno, in metropolitana, una brusca frenata mi spinse contro un uomo sui 50 anni, sconosciuto, sentii il mio pube aderire completamente al suo pene, a separarli solo un sottile lembo di cotone. La mia gonna era ampia, sarebbe bastato sollevarla un poco per fare di me quello che voleva. Ricordo di essermi bagnata all’improvviso e senza che le mutandine potessero nasconderlo, le mie cosce erano madide, il mio clitoride turgido, le labbra pronte ad essere afferrate. Volevo essere presa con violenza, da chiunque in quel momento.

La forza di quell’eccitazione era stata tale che continuai ad uscire senza mutandine né reggiseno, aperta a qualsiasi sollecitazione esterna, desideravo che il mio corpo fosse libero, aperto, disponibile. Andavo in bici senza nulla sotto, controvento, invogliando i più attenti, anzi i più laidi, che sembrava quasi avessero un radar per quelle come me. Ormai era il mio gioco: provocare e vedere chi abboccava. Da fuori nessuno avrebbe potuto sospettarlo, di me si diceva che ero un angelo, graziosa, dolce, senza macchia né malizia. Una sera, ad un aperitivo su una chiatta nel fiume, puntai un uomo in giacca e cravatta seduto al tavolo di fronte alla sua fidanzata. Il fatto che potesse rifiutarmi o che lei potesse accorgersene ed io sottrarglielo anche solo per pochi secondi mi eccitava più di ogni altra cosa.

I capezzoli sporgevano dalla mia camicia di lino, ogni labbro del mio corpo era rosso e gonfio, pronto a dare e ricevere piacere. Si era alzata. Ho agito. Feci per andare in bagno e gli passai accanto con passo lento, strofinando la mia gonna aderente sul bordo del suo tavolo con la scusa del corridoio stretto e della folla nel locale. Controllai che i suoi occhi si posassero sul mio pube, trasparente. Feci finta di appoggiarmi inavvertitamente sulla sua spalla così da incrociare il suo sguardo e capii che questa volta avevo avuto fortuna, aveva colto. Gli sussurrai nell’orecchio che lo avrei aspettato in bagno, mi piace farlo in piedi, con la gonna alzata e ai piedi le scarpe col tacco. Non ha aspettato che lei tornasse, è venuto direttamente con me, con il rischio di incontrarla.

Lo trascinai nella toilette degli uomini con la sicurezza di chi compiva quel gesto tutti i giorni, vedevo già il suo pene premere contro la patta dei pantaloni eleganti. Gli ficcai la lingua in gola, presi con forza il suo membro e lo infilai in bocca per qualche attimo prima di girarmi contro la parete. “Vai dove vuoi, ma fai presto”, dissi con un gemito. Me lo mise davanti qualche secondo e poi subito dietro, affondando fino a farmi soffocare un urlo insopprimibile se non fosse stato per la sua mano violenta sulla mia bocca. Venne dopo appena 5 minuti ed io con lui. Non mi bastava. Spinsi il suo bel vestito nuovo di lavanderia sulla tazza del water e lo cavalcai spingendo la sua testa contro il mio seno, volevo mi strappasse i capezzoli. Con il ventre verso l’alto e la schiena verso il basso, quasi a toccare il pavimento con la testa, sussultai di piacere. E fu lì che si aprì la porta.

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